mercoledì 19 novembre 2008

MOSTRA DI SILIPIGNI A CASTEL SANT'ANGELO


Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo

MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITÀ CULTURALI
SOPRINTENDENZA SPECIALE PER IL PATRIMONIO STORICO, ARTISTICO,
ED ETNOANTROPOLOGICO
E PER IL POLO MUSEALE DELLA CITTÀ DI ROMA

COMUNICATO STAMPA

INAUGURAZIONE E PRESENTAZIONE STAMPA
Museo di Castel Sant’Angelo

Giovedì 4 Dicembre 2008 ore 17,30

Aldo Silipigni
“Dalla veduta alla visione, dal ritratto alla premonizione”

“Aldo Silipigni (Foiano della Chiana 1909 - Roma 1988), scultore, pittore, disegnatore, decoratore, grafico pubblicitario. Un artista dal nome pressoché inedito anche per gli addetti ai lavori, pur avendo percorso oltre 55 anni di attività creativa, ma senza mai cercare ossessivamente le luci della ribalta, dividendosi esclusivamente fra la propria ricerca e la famiglia. Nel 2008 si ricordano i vent’anni dalla sua scomparsa, mentre nel 2009 cadrà il centenario della sua nascita e pare quindi giunto il momento più propizio ad una prima riscoperta e ad un primo bilancio del suo lungo itinerario artistico, grazie alle iniziative intraprese dalle figlie Laura e Marta.
Affiora, nel maestro, la ricerca di un pacato e conciso, quasi ascetico, rapporto con la realtà visibile, fondato anche su una tavolozza sempre misurata e su un saldo equilibrio compositivo, doti innate della pittura toscana. Contemporaneamente, soprattutto per ragioni economiche, egli realizza numerosi bozzetti pubblicitari, connotati da un segno netto ed elegante e da non poca vivacità inventiva: spiccano fra i vari quelli per i prodotti Roberts e per l’acqua ed aranciata Roveta”.
Testo a catalogo di Gabriele Simongini

Museo Nazionale di Castel Sant’Angelo – Sala delle Colonne
Lungotevere Castello, 50
00186 Roma

Ufficio Stampa Soprintendenza - Antonella Stancati tel 06 69994219 - Anna Valerio tel 06 69994218 artirm.uffstampa@arti.beniculturali.it
Galleria Monogramma - Gianluca Morabito tel 348 0537611 gianlucamorabito@virgilio.it

Organizzazione Galleria Monogramma e Associazione Solea- Lia Del Fabro tel 3356337449

La mostra resterà aperta fino al 21 Dicembre 2008

martedì 23 settembre 2008

QUELLE NOTTI ALLA RICERCA DI FABIO

Sono arrivato a questa doppia curva troppo veloce, quando mi accorgo che l’auto mi va sotto sterzo, mentre freno, è forse tardi, ma riesco a controllarla mentre un raggio di sole mi colpisce in fronte, per un attimo temo di finire fuori strada, e sarebbe un bel volo, proprio sopra quegli scogli immersi nel mare d’un azzurro irripetibile.
Poi, mi fermo, ma non scendo, mi piace guardare da quassù quei tre spigoli di montagna fasciati di verde, mentre riavvolgo il nastro della memoria.
Questo tratto di strada lo facevamo quasi ogni sera, in quei giorni terribili, io e il mio amico Gianni cui avevano rapito il figlio appena dodicenne. Si partiva al tramonto e le ombre della sera ci raggiungevano proprio lì, dopo una doppia curva, quando tra Ferruzzano e Africo, la statale sormonta la scogliera.
Basta accostarsi, c’è un piccolo slargo con una grossa siepe, qua e là ciuffi di ginestra, si sentono le onde infrangersi sugli scogli fino a lambire le gigantesche agavi che, nella penombra, sembrano braccia protese.
Guardando verso sinistra, i primi contrafforti dell’Aspromonte ionico, nelle notti senza luna sono macchie scure contro il cielo, solo qualche luce, ma assai lontana, i luoghi descritti nei racconti dei sequestrati, li ho ascoltati tante volte dalla viva voce di chi, tornato come da un viaggio all’Inferno, ne rivede le immagini che mai scompariranno dalla memoria.
Andavamo in giro, quelle notti, e nel silenzio i nostri passi potevano essere uditi anche a grande distanza, un ramo secco calpestato era come lo schioccare d’una frusta.
Io e Gianni, soli, o almeno credevamo di esserlo, fin quando dal fitto della boscaglia, non ci arrivava un rumore, come d’un animale in fuga. “Eccoli, dicevi, sono loro, quelli che hanno preso il bambino, vogliono studiare le nostre mosse, non aver paura, non gli conviene ammazzarmi, per loro sono un conto in banca”.
Poi, dopo ore di cammino, tornavamo alla strada, la brezza marina contro le nostre facce stravolte e, una volta sull’auto, Gianni infilava nel mangianastri “quella” cassetta. Era l’ultima telefonata ricevuta dall’emissario dell’Anonima incaricato di trattare il riscatto, una registrazione artigianale non consegnata agli investigatori. Un paio d’anni dopo i telespettatori di un seguitissimo programma su Rai 2 poterono ascoltarla.
“Vuoi che ti mandiamo l’orecchio del bambino?”
Ogni volta un brivido mi correva lungo la schiena, eppure in tanti anni di questo mestieraccio ne avevo viste e sentite, ma quelle parole, pronunciate alterando la voce, ma con inconfondibile accento ionico, mi provocavano, e accade ancora, dopo tanto tempo, un senso di angoscia, tuttora m’assale un nodo in gola ora che Gianni non c’è più e su questa storia, conclusasi per fortuna nel modo migliore, è calato il sipario, forse è meglio non parlarne più.
Ma io quella strada la faccio ancora e, quasi incosciamente, ripeto i gesti d’allora. Appoggiato al muretto a strapiombo sopra gli scogli coperti da una candida schiuma ribollente, guardo verso la montagna, nella luce ancora incerta del tramonto, lungo un viottolo, il pastore spinge stancamente le sue poche pecore verso l’alto, l’ovile in pietra sarà la sua casa e, all’alba, preparerà la ricotta e qualche forma di pecorino. Chissà quante volte avrà visto quella gente, i signori dell’Aspromonte, aggirarsi da quelle parti, ma si sarà nascosto, meglio non vedere e soprattutto non fare domande, quella montagna regno di diavoli, come titolò un mio pezzo il collega Diego Anzà, è stata per anni dominio incontrastato delle bande di sequestratori.
Con questo mondo ero venuto a contatto, oltre che in ragione del mio lavoro di cronista purtroppo “specializzato” in questo genere di servizi e inchieste, anche per vicende che hanno toccato da vicino cari amici e persone alle quali mi sono legato dopo averle conosciute in quelle drammatiche circostanze.
I “postini” dell’Anonima mi hanno spedito di tutto: lettere, da inoltrare ai familiari del rapito, foto dell’ostaggio in catene, appelli disperati, un pezzo d’orecchio, l’invito a non dire nulla ai carabinieri, se volevo continuare a vivere.
Una mattina d’agosto, il colonnello dell’Arma a capo del comando provinciale, in maniche di camicia, la cravatta insolitamente slacciata, quando mi affacciai sulla porta, durante il solito “giro” che allora i cronisti facevano due volte al giorno, mi fece cenno di entrare indicandomi la poltrona davanti a lui.
“Siamo a nove”, esclamò con l’espressione che era lo specchio di quello che in quel momento era il suo stato d’impotenza. Nove ostaggi, in contemporanea, “ospiti” nei rifugi della cosiddetta Anonima sequestri, li portavano da tutta Italia, a far compagnia ai nostrani. Alcuni di loro non hanno più rivisto la luce, inghiottiti dalle viscere della montagna maledetta.
Sul tavolo, l’ufficiale aveva l’ultima segnalazione della Compagnia territoriale, al comando era giunta la notizia che un imprenditore del Nord era stato invitato dal “telefonista” della banda a scendere in provincia di Reggio dove si trovava la moglie, prelevata sotto casa qualche mese prima, ad oltre mille chilometri di distanza.
Grande era lo scoramento degli uomini di polizia e carabinieri che, con mezzi insufficienti, anche se con grande spirito di abnegazione, cercavano di cavare il classico ragno dal buco.
E lo Stato, allora, che faceva?.
Praticamente quasi nulla, al di là di qualche puntata al Sud di pezzi grossi dell’Interno che si limitavano a promettere generici “potenziamenti”, arrivava qualche uomo, distaccato in via provvisoria, si improvvisavano battute “a largo raggio” se c’era qualche troupe della televisione, poi tutto tornava come prima e il silenzio e l’abbandono regnavano nelle case dei sequestrati.
Loro, i banditi, al sicuro nei loro inaccessibili rifugi, aspettavano tanto prima o poi, qualcuno i soldi li avrebbe portati.
Qualche anno dopo i soldi, e parecchi, li avrebbero portati gli uomini dello Stato, e a prenderli sarebbero stati non soltanto i sequestratori, sono pagine nere della storia del nostro Paese.
Lungo quelle strade tortuose del versante ionico, tra gli sterminati uliveti della Piana, nei boschi dello Zomaro si sono aggirati loschi figuri che, sul piano morale, non si può non accomunare ai malviventi che, per anni, hanno portato miliardi nelle casse della ‘ndrangheta.
Lo Stato è sceso a patti coi delinquenti, per far cessare l’allarme sociale, specialmente quando i sequestrati erano del Nord, di serie A, come si leggeva sempre più spesso nei disperati appelli delle famiglie. Soldi per tutti, banditi, avvocati, giornalisti dal ruolo ambiguo, retribuiti come “informatori” e presentati come preziosi collaboratori, financo protetti.
Tutto bene, se questa linea fosse stata seguita per tutti, ma così non è stato: nel caso di Vincenzo Medici, lo Stato ha deciso di mostrare l’altra faccia, così come ha fatto per altri sventurati, segnandone la sorte. Chi è uscito fuori da questo tunnel lo ha potuto fare grazie ad enormi sacrifici, vanificando il lavoro di una vita, spesso costretti a privarsi di patrimoni faticosamente costruiti.
Rifaccio spesso le strade che assieme all’amico Gianni battemmo per tante notti, spesso a fari spenti lungo sentieri appena tracciati. Occhi invisibili ci scrutavano nel buio: una notte, all’improvviso, prima che io potessi impedirglielo, cominciò ad urlare, chiamando il figlio a gran voce, pronunciando frasi minacciose fin quando una crisi di pianto non lo bloccò.
Cadde quasi svenuto ai piedi d’un grosso pino: lo sollevai cercando di farlo risalire sull’auto. In quel momento accadde qualcosa che, al solo ripensarlo, mi rimescola il sangue.
Sentimmo come l’ululato d’un lupo, a mò di segnale, tre volte in rapida successione, quindi un colpo secco, la fucilata squarciò il silenzio. Quella fu l’ultima notte delle nostre folli “esplorazioni”. Non ho mai saputo quello che accadde dopo, se e quanto pagò per riavere il figlio, ogni volta che riascolto quel nastro che Gianni ha voluto lasciarmi, quasi come un pegno, me lo chiedo, ma è meglio non farmi altre domande, forse l’Anonima sequestri è morta per sempre.
Viaggio spedito verso Bianco, nella piazza davanti a un bar qualcuno scruta il “forestiero”, non è facile evitare di farsi notare, c’è chi ha centrato con un colpo di pistola la O del cartello stradale, una esercitazione di mira assai frequente, cosa che aveva colpito il compianto Giuseppe Marrazzo durante una delle tante “escursioni” sui luoghi dei sequestri che avevamo fatto assieme.
“Chissà perché, si chiedeva, se la prendono con la segnaletica, forse è il loro modo di protestare contro il Governo che si fa vivo solo quando ci sono le elezioni”.
Forse, caro Giò, è così, o almeno fingiamo di crederlo mentre osserviamo i ragazzi che, in una sala giochi, si esercitano con un tiro a segno elettronico. Quanto tempo ci vorrà prima che le cose cambino veramente da queste parti, dove le facce cotte dal sole dei pescatori che riavvolgono, cantilenando, le loro reti, sono simili agli uomini che Ulisse aveva a bordo della sua nave, allo stesso tempo stanche ma fiere, dopo tutto sono loro gli eredi di quei magno greci maestri di civiltà.
La montagna è vicina, in pochi minuti la si può raggiungerla ed esserne inghiottiti, le chiome degli alberi nascondono la vista anche dall’alto e si può arrivare a pochi centimetri da qualcuno senza accorgersene. Spesso i sequestrati hanno raccontato di aver sentito le voci di cacciatori o dei carabinieri, impegnati nelle ricerche, acquattati nelle buche coperte da rami, con la pistola puntata alla tempia, finchè quei rumori, quelle voci, non diventavano lontane, sempre più lontane, svaniva la speranza e cominciava un altro giorno, e poi un’altra notte, con la catena al collo.
Chissà come avranno fatto ad infilare un uomo grande e grosso come Vincenzo Medici dentro una “tana”, chissà quanto tempo ha resistito il suo cuore malandato, forse ha avuto la forza di scagliarsi contro quelle belve, oppure avrà ceduto subito alla loro violenza.
Certo è che quando l’ostaggio muore, diventa più pericoloso che da vivo, meglio quindi liberarsene senza troppi scrupoli e magari togliere di mezzo chi sa e potrebbe parlare. Nessuno deve sapere, e nessuno finora ha saputo.

sabato 6 settembre 2008

Se stiamo insieme

(Riccardo Cocciante)

Ma quante storie
ho già vissuto nella vita
e quante programmate chi lo sa
sognando ad occhi aperti
storie di fiumi
di grandi praterie senza confini
storie di deserti
e quante volte ho visto
dalla prua di una barca
tra spruzzi e vento
l'immensità del mare
spandersi dentro
e come una carezza calda
illuminarmi il cuore
E poi la neve bianca
gli alberi gli abeti
l'abbraccio del silenzio
colmarmi tutti i sensi
sentirsi solo e vivo
tra le montagne grandi
e i grandi spazi immensi
E poi tornare qui
riprendere la vita
dei giorni uguale ai giorni
discutere con te
tagliarmi con il ghiaccio
dei quotidiani inverni
no non lo posso accettare
Non è la vita che avrei voluto mai
desiderato vivere
non è quel sogno
che sognavamo insieme
fa piangere
eppure io non credo questa sia
l'unica via per noi
Se stiamo insieme
ci sarà un perché
e vorrei riscoprirlo stasera
Se stiamo insieme
qualche cosa c'è
che ci unisce ancora stasera
Mi manchi sai
mi manchi sai
E poi tornare qui
riprendere la vita
che sembra senza vita
discutere con te e consumar così
i pochi istanti eterni
no non lo posso accettare
che vita è restare qui
a logorarmi in discussioni sterili
giocar con te
a farsi male il giorno
di notte poi rinchiudersi
eppure io non credo questa sia
l'unica via per noi.
Se stiamo insieme
ci sarà un perché
e vorrei riscoprirlo stasera
Se stiamo insieme
qualche cosa c'è
che ci unisce ancora stasera
Mi manchi sai
mi manchi sai..